Mino, l’enologo che voleva fare il musicista. Un tributo a Giacomo Tachis

Mino, l’enologo che voleva fare il musicista. Un tributo a Giacomo Tachis
15 Febbraio 2016 Francesco Pensovecchio

Mino, l’enologo che voleva fare il musicista

Su Giacomo Tachis si è detto e si dirà ancora molto. A qualche giorno dalla sua scomparsa, oltre le numerosissime e sincere espressioni di cordoglio per la perdita di uno straordinario professionista, sospetto siano in pochi ad averne realmente compreso il grande valore. E includo me stesso. Nel passare del tempo, tra il sovrapporsi di impressioni, ricordi e dei tanti riconoscimenti, mi sono chiesto quali in fondo fossero quelle qualità ad averlo reso importante per i vini d’Italia degli ultimi 30 anni. La sua è una carriera ricca, luminosa, piena di traguardi raggiunti: il Sassicaia, la sua creatura più celebre. Lo porterà alla notorietà. E’ un vino che ho visto con disagio, non è uno scherzo, in tabernacoli opportunamente allestiti per uno show. Personalità, colleghi e collaboratori da me interrogati hanno tutti manifestato una condizione di privilegio per averlo conosciuto.

Così, alla ricerca di briciole di una vita intensamente vissuta invidiata da tanti e di brandelli di quel privilegio ad altri concesso, inizio a scoprire una uomo oltre gli schemi, colto, professionalmente competente, concreto e – soprattutto – capace di suggerire in maniera semplice le sue emozioni e la sua conoscenza. Senza fatica. Una persona capace di accendere l’attenzione con poche riflessioni, di vedere nitidamente i rapporti e il senso dei discorsi. Un uomo in grado di declassare il denaro a bene eventuale.

La Sicilia. La liberazione della Sicilia come isola inizia con Giacomo Tachis e di questo non si può che essere grati unitamente a chi – considerate le astrusità isolane – ha proposto un uomo indiscutibile sotto ogni profilo oltre, ovviamente, quello professionale. Varcare la Sicilia deve essere stato per Giacomo Tachis come entrare nel paese dei balocchi. Storia, mito e cultura erano i suoi piaceri personali, non ci deve essere stato posto più bello. Nell’ascoltare Diego Planeta, Lucio Tasca, Giacomo Rallo, Elio Marzullo, Stefania Lena, Fabio Sireci, Francesco Cuccurullo, sono solo i primi che mi vengono in mente, il tenore minimo delle descrizioni è “incredibile cultura, fuoriclasse, storico, antropologo, alchimista, umanista, geniale, unico, dalla memoria strabiliante, passionale”. E scopro anche che Giacomo Tachis voleva fare il musicista. Suo padre, per considerazioni di ordine pratico, lo avrebbe iscritto alla scuola di enologia. Un tassello quello della sensibilità musicale che coincide con quello del compositore di armonie enologiche. I suoi vini non si distinguono per firma, ma tutti sfoggiano luminose simmetrie. Ciò premesso, era un uomo del fare. Non si limitava a leggere libri e stampare vini di suo gusto, pigramente ispirati alle migliori etichette al mondo, anche se tra gli anni ’60 e ’80 dovette essere cosa ben difficile. No, vedeva il vino allo scaffale venduto, attraverso anni di studi, ricerca e perfezionamento. Non sterile edonismo, bensì solida, reale imprenditoria. Visione prospettica, intuizione del potenziale, sensibilità nel capire il vino, c’era tutto. Attraverso l’Istituto della Vite e del Vino ebbe in mano la Sicilia e realizzò dei protocolli che la modificheranno, così come la conosciamo oggi. Riuscì anche a formare una classe di professionisti enologi. Capì l’Etna trent’anni fa, giocò con il Pinot Nero e lo raccontò a Veronelli, il quale rispose che aveva degustato un “vino immenso come la Sicilia”. Mettere il naso nel bicchiere ed esclamare a un produttore “se vuole di questo ci faremo un vino”, questo era Giacomo Tachis. Il musicista più grande.
di Francesco Pensovecchio

Un particolare ringraziamento a Diego Planeta, Elio Marzullo e Stefania Lena. Di Diego Planeta, pubblichiamo sotto un contributo che ci precede, un articolo uscito sul quotidiano La Repubblica. 

tachisplaneta